28 INCARICHI DIRIGENZIALI MIC AFFIDATI SENZA CONCORSO

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INTERROGAZIONE 3-02934

 

 

Pubblicato il 16 novembre 2021, nella seduta n. 379

CORRADO , ANGRISANI , GRANATO , LANNUTTI – Al Ministro della cultura.

Premesso che, per quanto risulta agli interroganti:

lunedì 15 novembre 2021 hanno preso servizio in diversi istituti del Ministero della cultura, chiamate a svolgere funzioni dirigenziali non generali, 28 unità di personale interno che non hanno superato un apposito concorso pubblico per ricoprire tale ruolo ma si sono giovate della deroga introdotta dal decreto-legge n. 80 del 2021 che facilita il reclutamento di personale nelle amministrazioni pubbliche per l’attuazione del piano nazionale di ripresa e resilienza; le circolari di reclutamento (n. 259 e n. 261 DG OR) erano state pubblicate il 23 e 24 settembre 2021;

così facendo, non solo è stato innalzato al 30 per cento il limite massimo di dirigenti non abilitati, che era già stato aumentato dall’8 al 15 per cento con il decreto-legge n. 104 del 2020 sul presupposto che al Ministero mancassero 93 dirigenti, cioè pressappoco metà del totale, ma la selezione è avvenuta, per la prima volta, con il solo invio del curriculum vitae al direttore generale di settore (“Ministero della Cultura, l’infornata dei 28 dirigenti a chiamata diretta di Franceschini” su “il Fatto Quotidiano”);

la guida di alcune Soprintendenze archeologia belle arti e paesaggio affidata a funzionari architetti e storici dell’arte senza esperienza negli uffici di tutela territoriale dimostra quale peso abbia avuto la discrezionalità concessa, nell’occasione, ai direttori generali, oltre a rimarcare l’assurdità dell’aumento delle Soprintendenze mediante improvvide divisioni di territori prima gestiti unitariamente;

considerato che:

in materia di nomine dirigenziali, lo stato di eccezione è vigente, al Ministero, già dal primo dei tre mandati (finora) ricoperti dal ministro Franceschini, tanto che dal 2014 nessuna posizione dirigenziale è stata assegnata mediante concorso pubblico ma solo con nomine fiduciarie, ricorrendo cioè all’art. 19, comma 6, del decreto legislativo n. 165 del 2001, nomine che non vengono meno alla caduta del titolare del dicastero;

gli stessi dirigenti dei musei e istituti di rilevante interesse nazionale dotati di autonomia speciale, che fanno capo alla Direzione generale musei, sono stati scelti sempre e solo mediante selezioni a carattere non concorsuale che, senza prove scritte e dopo “orali” quanto meno opinabili, prevedono, da parte della commissione giudicatrice, esterna, la proposta finale di tre nomi al Ministro o al direttore generale (a seconda che siano istituti di prima o seconda fascia), demandando loro la scelta definitiva;

non meno delicata, perché caricata dalle “riforme Franceschini” di pesanti responsabilità multidisciplinari, è la scelta dei soprintendenti, messi a capo delle cosiddette soprintendenze olistiche per replicare l’esperimento tentato (e fallito) già un secolo fa dall’allora Ministero dell’istruzione pubblica (si veda “Casagrande M., Soprintendenze Uniche 1923 archeologia di un fallimento” su “Academia.edu”);

valutato che, sempre per quanto risulta:

al rischio paventato da più parti di non bandire più concorsi interni, i soli in grado di garantire vera professionalità e competenza, il vertice del Ministero risponde, come se ciò potesse offrire garanzie e lenire preoccupazioni, dando per imminente l’avvio del corso concorso selettivo di formazione per la qualifica di dirigente tecnico, autorizzato fin da agosto 2020 e da svolgersi presso la fondazione Scuola per i beni e le attività culturali, più nota come Scuola del patrimonio;

a norma del comma 5 dell’art. 24 della legge n. 126 del 2020, il corso concorso è bandito dalla Scuola nazionale della pubblica amministrazione e da essa coordinato in accordo con la Scuola del patrimonio, collaborazione che non promette nulla di buono, perché, se la prima è in capo alla Presidenza del Consiglio dei ministri, la seconda è una fondazione di diritto privato controllata dal Ministero fin qui di modesta qualità formativa e con un corpo docente reclutato per lo più a chiamata diretta, senza procedure meritocratiche o regolare concorso. Essa configura uno strano ibrido: finanziata interamente e riccamente con fondi pubblici, è sempre stata gestita in modo gentilizio-clientelare (“Beni culturali, l’ente che ha preso 23 mln per 1 corso in 5 anni” su “il Fatto Quotidiano”);

non avere riservato, inoltre, il corso concorso ai funzionari tecnico-scientifici interni dotati di specializzazione o dottorato e con un numero di anni di esperienza, per consentire invece l’accesso a chiunque sia in possesso dei suddetti titoli (art. 24, comma 8), persone che potrebbero, cioè, pur non avendo esperienza di direzione di progetti e lavori nel campo della tutela e valorizzazione, o addirittura senza alcuna esperienza lavorativa specifica nel pubblico o nel privato, essere nominate alla direzione di soprintendenze e altri uffici ministeriali dopo un semplice corso di 12 mesi è un azzardo ulteriore che non può non generare preoccupazione, dal momento che la riserva di posti per il personale del Ministero avente i titoli di accesso è limitata al 10 per cento (art. 24, comma 10),

si chiede di sapere:

se il Ministro in indirizzo non condivida la necessità di eliminare il rischio insito nel sistema di reclutamento “semplificato” adottato per la prima volta per le 28 posizioni dirigenziali appena assegnate, che, replicando la discutibile esperienza delle selezioni per direttore di museo autonomo in modalità riforma, appare estremamente vulnerabile ad infiltrazioni e influenze negative dello spoils system e della politica, tanto che i legami amicali e familiari di alcuni dei 28 prescelti sono già di dominio pubblico con sommo disdoro per l’amministrazione senza che basti invocare il corso concorso per giustificare o ridurre l’anomalia;

se, circa la selezione dei 28 neodirigenti, sia in grado di riferire il numero totale dei partecipanti e di precisare quanti, tra costoro, fossero già dirigenti Ministero (data la presenza di incarichi importanti come la direzione di 4 soprintendenze per città metropolitane), nonché il numero dei candidati esterni al dicastero; se, inoltre, alludendo il bando a generici “risultati conseguiti in precedenza nell’amministrazione di appartenenza”, e relativa valutazione, si siano tenute in alcun conto anche le esperienze lavorative e, al riguardo, quanti candidati ne avessero maturate all’estero; se abbia avuto alcun peso, in fatto di “esperienza pregressa nel settore”, quella maturata nelle strutture per le quali il candidato faceva richiesta e se per “conoscenza dei compiti specifici della struttura” si sia inteso anche l’effettivo servizio all’interno di quella. Come, inoltre, le commissioni giudicatrici abbiano inteso dettagliare criteri di selezione e punteggi, per formare le graduatorie e quale sia il profilo professionale dei vincitori, quanti abbiano meno di 10 anni di servizio nel Ministero e quanti abbiano già prestato servizio in strutture analoghe a quelle loro assegnate;

se non riconosca l’opportunità e l’urgenza di portare a compimento i concorsi pubblici in corso per il reclutamento di addetti a vigilanza e accoglienza e bandirne di nuovi per tutte le altre posizioni lavorative, invece di continuare ad impegnare le energie dei vertici amministrativi per legittimare quelle che gli interroganti considerano procedure discrezionali di selezione dei dipendenti in ingresso o di aspiranti, legittimamente, a progressioni di carriera.

(https://www.senato.it/japp/bgt/showdoc/18/Sindisp/0/1320199/index.html?fbclid=IwAR24dr45GVnVMukkpIQAzFTI0OuzEQ6Z8ZLg7-wQ9YaOiwh_kQVKWCi-36A)

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